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Paese

Dati Generali
Il paese di DecimoputzuLa fertile pianura del Campidano meridionale ha ospitato fin dai tempi più remoti popolose comunità di pastori e contadini: ancora oggi, Decimoputzu deve alla coltivazione dei carciofi e alla pastorizia il suo sviluppo economico.Delle antiche comunità che risiedevano nella zona rimangono oggi un buon numero di tracce, fra le quali il villaggio nuragico in località Idda, in cui sono stati ritrovati parecchi reperti oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.Il centro abitato conserva alcuni edifici sacri di pregio, come la chiesa romanico-bizantina di San Giorgio e la quattrocentesca parrocchia di Nostra Signora delle Grazie.

Il territorio di DecimoputzuAltitudine: 11/253 m
Superficie: 44,81 Kmq
Popolazione: 4025
Maschi: 2008 - Femmine: 2017
Numero di famiglie: 1331
Densità di abitanti: 89,82 per Kmq
Farmacia: Via Monte Granatico - tel. 070 965612
Guardia medica: piazza San Giorgio - tel. 070 965375
Comando dei Vigili Urbani: Via Roma, 22 - tel. 070 965300

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Storia

DECIMO-PUTZU [Decimoputzu], villaggio della Sardegna nel distretto di Silìgua della provincia di Cagliari. Quando esisteva il giudicato di questo nome era incluso nella curatoria di Ippis-giosso, o Ippis-inferiore.

Chi indovini, onde sia a questa terra venuto cotal nome, quando non ha luogo la ragione che adducemmo dell’appellazione dell’altro Decimo? Del cognome però è chiaro essere stata causa i pozzi dell’aja.

Giace a destra e a brevi intervalli da un ramo che dicono il Leni, che ha suo capo nei monti di Villacidro, ed il principal tronco del Caralìta, e come siede in lontananza da monti, così è in esposizione a tutti i venti. Per lo clima, e l’aria dee valer lo stesso che fu detto di Decimo-mannu.

Le case sono circa 300; e le strade che ne discernono le diverse riunioni sono non meno di queste irregolari. Intenderai dalla situazione nel piano quanto sudiciume sia frequentemente in alcune di queste, e in quanto fango siano tutte sommerse nella stagion piovosa.

La popolazione sommava nel 1835 ad anime 1080 in famiglie 290. Nascevano negli anni prossimi 45; e morivano 25. Per le più frequenti malattie ritorna lo stesso che fu scritto di Decimo-mannu. Un flebotomo fa le parti di medico e di chirurgo; due barbieri quelle di flebotomi, e aspirano anche a più.

Soglionsi celebrare all’anno circa dieci matrimoni. È fra questi popolani il singolar costume, che negli sponsali l’uomo scriva alla donna la dotazione di 100 lire con la casa per tutta la di lei vedovanza, in contraccambio questa a lui promette il letto e tutti gli altri fornimenti e utensili a una stessa condizione. Offrono uno ad altra di più sempre che il permetta la fortuna delle famiglie allegantisi.

Gli uomini di Decimo-putzu sono nel carattere uniformi a’ campidanesi. Notansi pochissimi siccome poltroni e pochi sobrii, e non può accusarsi alcuno di usurparsi l’altrui, e di turbar la pace, come e’ si può dire che vi si odano come altrove spesso clamori di rissa e lamenti per danno patito nelle persone o nelle robe. Fu maravigliosa la loro conversione cangiato l’altro spirito che li governava in questo di pace e di giustizia. Si dilettano molto della danza, e nelle più funeste occasioni di duolo serbano l’antico rito delle nenie.

Non troverai tra questi de’ grandi proprietari, ma neppur molta poveraglia, essendo i mendichi agli altri che hanno il vitto dalle loro fatiche o proprietà nella ragione di poco meno che uno a cento. Gli è vero che accade vederne talvolta assai più di 20, ma confluiscono questi da altre terre a giovarsi della carità di questi popolani, i quali però sono più parziali verso i frati questuanti.

De’ decipuzzesi sono applicati 320 alla agricoltura; 20 alla pastorizia; 12 alle solite varie opere meccaniche; 40 alla fabbricazione delle terraglie. Le donne lavorano sopra 200 telai, ma con poca diligenza, perchè non producono all’anno più di 100 pezze di panno-lano, e 10 di lino; le quali appena siano sufficienti al bisogno.

Alla scuola elementare non convengono più che 5 fanciulli; alla quale pochezza dai 30 e 40 che nel principio vi si mandavano, fu ridotto il concorso per l’aspre e villane maniere dei maestri. Di persone che sappian leggere e scrivere così così non ne troverai più di 20.

Cose Sacre. Questa parrocchia è compresa nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari. Ha cura delle anime un solo prete, che appellano pro-vicario. I frutti decimali sommano al valore di più di scudi sardi 2000, sebbene come può dedursi dalli perpetui lamenti pubblici del prete, e dalle citazioni alla curia diasi men del giusto.

La chiesa principale è dedicata a N. D. col titolo delle Grazie. Minaccia di voler qualche giorno schiacciare il popolo; pure ne’ dì più solenni del culto non ha di che far sfoggio.

Due sono le chiese figliali. Una appellata da s. Georgio all’estremità delle case, cui è contiguo il cemiterio: l’altra sotto la invocazione di s. Basilio fuori a distanza di circa due miglia verso Silìgua alla sponda destra del fiumicello Malta. In addietro praticava-si pur la religione in altre tre chiese appellate una da s. Sofia, l’altra da s. Pietro, ed ora cadute. Presso quest’ultima fu disegnato il campo santo, cui non si può sapere quando porrassi mano a far la cinta.

Le feste principali occorrono, per la titolare addì 2 luglio, e per s. Sofia addì 3 maggio con mercato di coserelle e corsa di barberi. Alla di s. Basilio festeggiasi due volte, nella domenica prima di luglio e seconda di settembre. Quest’altra è più solenne e popolata e lunga di tre giorni, per li quali dura anche la fiera che una si è delle maggiori di questo e vicini dipartimenti.

Di altre feste minori è un gran numero, e non minor di 40, nelle quali presso che tutte si conducono i sacri simulacri per le contrade. Il prete ha per ciascuna dal particolar divoto una buona limosina.

Agricoltura. Estendesi il territorio in pianura per tutte parti; se non che verso Silìgua sorge una catena di colline di altezza mediocre. Generalmente le terre sono feraci ma di tutte le altre regioni è feracissima quella che dicono S’Isca.

Hannosi per li lavori della coltivazione 420 gioghi. I coltivatori studiano molto sulle operazioni agrarie secondo che porta la loro dottrina tradizionaria difettosa quanto si può supporre di buoni principj.

Si seminano starelli di grano 1500; d’orzo 500; di fave un altro e tanto; di legumi 100; di lino 60. Fruttificano in quantità media, il grano e l’orzo al duodecuplo; le fave e i legumi al decuplo. Il lino rende non poca copia di semi, e da 200 in 500 manipoli (mànigas) per starello, onde traesi dalla mezza alla libbra intera di fibra.

Coltivansi le erbe e piante ortensi, e del prodotto è tanta copia che se ne possa somministrare ai vicini.

Solo una superficie di 300 starelli è coltivata a viti, e però la vendemmia non dà sopra li quartieri 25,000. Già si rivolsero a propagar questa specie; ma senza studio a migliorare i metodi della manifattura, per difetto dei quali i vini non reggono ai calori estivi. Nessuno usa farne dei gentili. Gli alberi fruttiferi sono poco più di 2000; dei quali i più cresciuti mandorle e ficaie; i più giovani di moltissime altre specie. Il numero va giornalmente aumentandosi come uno dopo altro vanno questi terrazzani superando gli antichi sciocchissimi pregiudizi. Se si moltiplichino gli olivi potrassi allora aver esenzione dal tributo per l’olio, che si è dovuto pagare assai maggiore da che dissodati molti spazi mancarono i lentischi dalle cui coccole traevano assai per li bisogni domestici.

Pastorizia. Nel bestiame manso sono vacche 40; cavalli 200; maiali 150; giumenti 201. Ricordati degli 840 buoi che impiega l’agricoltura, coi quali avrai un giusto totale.

Nel rude comprendosi vacche 200; capre 1000; pecore 4000; porci 700; cavalli 700. I formaggi diconsi avere alcun pregio di bontà.

Le chiudende non occupano più di starelli 300, delle quali altre sogliono seminarsi, altre piantarsi a viti o ad olivi, altre lasciarsi alla vegetazione naturale, perchè vi pascan le bestie rudi e manse.

I Decipuzzesi sono molto infestati dai pastori della Barbagia convenienti in queste e prossime terre a svernarvi, e nelle quali si aggirano dal novembre al maggio guastando impunemente i seminati, e scemando in altri modi la roba altrui. Perchè si locano a questi stranieri i salti Giba e Fundàli; però se ne respingono le greggie del comune; da cotali, quando vi stanziano, dal fattor baronale in loro partenza. Pertanto non avanza ai naturali che il solo campo maggese, e fanno sempre minori le greggie e gli armenti, e da tanta scarsezza di pascoli e dalla rapacità di quegli ospiti troppo maligni.

Commercio. I prodotti agrari e pastorali vendonsi nella capitale, onde riportano robe di vestiario, mobili e altre cose di necessità e di lusso.

Acque. Ogni famiglia trae dal pozzo domestico a poca profondità acque salmastre pel bestiame e per lavare. A bevanda attingesi dal pubblico pozzo del-l’aia in cui confluisce miglior umore. Il quale non è l’unico che propini acque mescolate di nessun sale; però che pure gli altri pozzi d’intorno ne somministrano di egual bontà. Qui mi vien alla mente che per avventura da questi pozzi, se fossero in principio nè più, nè meno di dieci, sia potuto provenire il nome del luogo, ed esso fosse Dezi-puzzus. Il che proferisco in semplice conghiettura.

Acqua minerale e termale, Sa mitza dessu ferru. A quattro grosse miglia dal villaggio e più prossimamente a Silìgua nella collina di Monteidda trovasi la così come sunnominata sorgente. La quale tanto fuma d’inverno che quando vi ti dirigi puoi stimare esser acceso un fuoco tra gli arbusti. Toccandola sentiraine il calore, bevendone, certo sapor di ferro. Zampilla con molte bolle e in tanta copia che forma un rivoletto, il quale per la bibacità del suolo così di grado in grado si assottiglia, finchè a un quarto di miglio tutto è assorbito. Essa è una comun medicina, e gli ammalati quando per caso sia opportuna alle male affezioni, ne sono giovati. Anche molti sani mandano a riempirne grossi fiaschi e la bevono invece di altra acqua; chè la provano leggierissima, immemore di quel cotal gusto dopo dissipato il calore.

È vicina l’acqua de sa mitza pùdida, altrettanto copiosa e lodata di molta bontà. In questo sito non sarebbe un ottimo luogo ad una piantagione di agrumi?

Sono altre sorgive, le quali però tacciono ai calori forti della estate.

Rivi e fiumi. Il fiume Matta è generato da due rivi provenienti dai salti di Vallermosa; dei quali uno scorre alla estremità del villaggio a levante; l’altro laddove il territorio di questo comune confina con il silìguese. Quindi scorre presso la chiesa menzionata di s. Basilio, e tendendo a Villaspeciosa si versa nel Caralita non lungi dalla chiesa di s. Pàdrimo.

Il fiume Leni altrimenti Dessùmu viene dai monti di Villacidro, riceve l’Acquacotta, e poi tutto influisce nello stesso Caralita lungi da questo Decimo di un terzo di miglio al confine con Villaspeciosa.

Non è entro questo di Decimo-puzzu alcun ponte nè sul Caralita nè sul Leni, e male ne fan le veci le travi e fronde sulle quali si rassoda un po’ di terra a tal modo, che vi possano valicare anche i carri. Accade che il fiume non li soffra, e obblighi a nuovi lavori.

Cose antiche. Si ha un solo norache, ed esso in mezzo al villaggio.

Veggonsi vestigie di antichi fabbricati ne’ siti sa fraighedda, su cùcuru dessu mattòni, su cùcuru de s. Iorgi. Questo comune fa parte del marchesato di Villasor; e in questo capo-luogo è posta la Curia.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Decimoputzu
16 Gennaio: Sant'Antonio Abate
3° domenica di maggio: San Giorgio
2 luglio: Madonna delle Grazie, festa patronale
10 settembre: San Basilio